Il divario tra uomini e donne è evidente in ogni fase lavorativa: dal precariato al part-time involontario fino alla pensione.

L’ultimo rapporto stilato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Inps lancia un allarme sulla condizione delle donne nel mercato del lavoro italiano. Dall’accesso alle opportunità occupazionali fino al traguardo della pensione, ogni tappa del percorso lavorativo femminile appare disseminata di svantaggi se paragonata a quella maschile. Ma quanto è davvero profondo questo divario?
Le sfide delle donne nel mercato del lavoro
In Italia, il tasso di occupazione femminile si attesta a un’opprimente 17,9 punti percentuali sotto quello dei loro colleghi uomini, con una percentuale di occupazione appena al 52,5%. Non bastano maggiore istruzione e competenze: le donne vivono dinamiche lavorative scoraggianti. Soltanto il 21% delle posizioni dirigenziali vede la presenza di una donna, e i quadri femminili rappresentano un modestissimo 32,4%.
Il lavoro part time, spesso scelta non volontaria, fotografa ulteriormente la situazione: quasi due terzi delle lavoratrici, ossia il 64,4%, vi fanno ricorso, e in queste condizioni sono triplicati i numeri rispetto ai loro omologhi maschili (15,6% contro 5,1% degli uomini). Il quadro è ulteriormente aggravato dalla differenza retributiva che, salvo poche eccezioni, relega le donne a percepire salari giornalieri inferiori in quasi tutti i settori economici.
Disparità nei settori economici
Esplorando in dettaglio il report, ci rendiamo conto che il gap salariale è consistente e spazia dal 23,7% nel commercio fino a una disparità devastante del 39,9% nelle attività immobiliari. Settori come quelli finanziari e assicurativi non offrono un panorama migliore: qui le donne guadagnano mediamente il 32,1% in meno rispetto agli uomini. Mentre nel settore pubblico il divario è meno marcato, alcune aree come la sanità e l’università mostrano ancora difformità vicine al 20% nelle buste paga.
A dispetto delle qualifiche più elevate che le donne conseguono spesso in campo accademico—diplomi e lauree sono ottenuti in percentuali maggiori rispetto ai maschi—l’accesso al vertice professionale resta limitato. Più del 29% delle donne lavora in posizioni che richiedono meno istruzione rispetto al loro livello, evidenziando un ulteriore aspetto di questa ingiustizia strutturale.

Pensioni, un futuro di incertezze
Quando si raggiunge il tempo della pensione, il solco tra uomini e donne si amplia drammaticamente. Le donne percepiscono mediamente 989 euro al mese, circa il 48% in meno rispetto agli uomini, che ricevono 1.897,8 euro. Tale differenza non solo riflette le retribuzioni più basse delle lavoratrici, ma è anche il risultato di carriere spezzettate e meno retribuite.
L’arcipelago delle pensioni femminili, nonostante un numero di beneficiarie superiore—7,9 milioni rispetto ai 7,3 milioni degli uomini—non brilla per equità. Pensioni di anzianità e di vecchiaia mostrano divari del 25,5% e del 44,1%, rispettivamente. Le donne faticano a raggiungere i requisiti contributivi previsti, ostacolate da carriere più brevi e con lacune che il mercato del lavoro sembra destinato a mantenere irrisolte.
Questo rapporto delinea chiaramente le enormi sfide che ancora si stagliano nel cammino verso l’uguaglianza di genere. Mentre il mercato del lavoro evolve, il progresso verso l’equità deve restare un traguardo collettivo, da perseguire con insistenza e determinazione. La società non può permettere che una metà dei suoi talenti venga continuamente trascurata e sottovalutata.